C'è qualcosa di particolarmente onesto nel raccontare un uomo di successo attraverso la sua caduta. Uno sbirro in Appennino parte esattamente da qui: Vasco Benassi è il commissario più stimato di Bologna, uno di quelli a cui affidano i casi impossibili, ma un errore di troppo lo spedisce lontano dai riflettori della città, verso Muntagò, un piccolo borgo appenninico che conosce bene, forse troppo bene. È il posto che aveva lasciato anni prima, trascinandosi dietro un lutto che non ha mai davvero elaborato.

La serie gioca su un terreno narrativo fertile e ben collaudato, quello del detective riluttante costretto a fare i conti con il proprio passato, ma lo fa con un'ambientazione che già da sola vale la visione. L'Appennino non è solo sfondo: diventa quasi un personaggio, con i suoi silenzi, le sue comunità chiuse e quella luce radente che cambia tutto. I casi che Benassi si trova ad affrontare nel paese diventano il pretesto per qualcosa di più profondo, un lento e non sempre comodo processo di ritorno, non soltanto geografico ma soprattutto emotivo.

Un poliziesco che parla di radici

Quello che rende Uno sbirro in Appennino interessante oltre la trama procedurale è la dimensione umana del protagonista: un uomo che ha costruito la propria identità sul lavoro e sulla solitudine, e che si ritrova costretto a riaprirsi, a riallacciare relazioni del passato e a costruirne di nuove. Chi ama i polizieschi atmosferici all'italiana, con una forte componente caratteriale, troverà pane per i propri denti. Ma anche chi cerca storie di riconciliazione e di appartenenza, raccontate senza sentimentalismi facili, ha buoni motivi per sintonizzarsi stasera.