Ci sono film che non si guardano soltanto, si attraversano. Il colore viola di Steven Spielberg, tratto dal romanzo di Alice Walker vincitore del Premio Pulitzer, è uno di questi: un'opera del 1985 che ancora oggi lascia un segno profondo, capace di parlare di dolore e resistenza con una forza visiva rara.

Una storia di sopravvivenza e amore sorelle

Al centro di tutto c'è Celie, quattordicenne cresciuta nel Sud degli Stati Uniti nei primi decenni del Novecento. La sua vita è segnata fin dall'inizio dalla violenza: quella del padre, che la priva dei figli nati dagli abusi, e poi quella del marito Albert, un uomo crudele che la tratta come una serva invisibile. In questo mondo che sembra non lasciarle via d'uscita, l'unica luce è la sorella minore Nettie, l'unica persona che la ama davvero e che le ha insegnato a leggere e scrivere. Quando anche Nettie viene strappata via dalla sua vita, Celie si aggrappa a quella promessa sussurrata con disperazione: ti scriverò sempre, solo la morte potrebbe fermarmi.

Spielberg costruisce un affresco potente sull'oppressione, sulla forza interiore delle donne nere nell'America segregazionista, sull'identità negata e sulla speranza che resiste anche nei momenti più bui. Non è un film facile, ma è un film necessario: chi ama le grandi storie di formazione e di emancipazione, chi cerca un cinema che commuova senza essere sentimentale, qui troverà qualcosa di indimenticabile.

La regia alterna momenti di straordinaria tenerezza ad altri di crudo realismo, creando un ritmo narrativo che non concede tregua ma che non smette mai di essere umano. Una visione che vale ogni minuto.